Stamattina su vari mezzi d'informazione e blog, più o meno addomesticati, è comparso il comunicato stampa dell'assessore provinciale Rosa di Maio. Nel comunicato informava delle sue dimissioni da assessore provinciale nelle mani del partito. Questa prassi consolidata nella prima repubblica si ripete ancora oggi anche se meno frequentemente. Non sono vere dimissioni ma minacce velate alla controparte, in questo caso al presidente dell' amministrazione provinciale. Questa tecnica ricattatoria, al limite del codice penale se messa in atto da un privato, è consentita alla politica più retriva. In questo modo si cerca di regolare i conti o le spartizioni, a volte velatamente, a volte apertamente, come in questo caso.L’ assessore Di Maio suo malgrado è finita e forse sarà travolta in un gioco più grande di lei. Sembra chiaro, e forse tra le righe del comunicato lo ha ammesso, che non è una sua iniziativa, ma che è costretta da poteri superiori. La sua mancata ribellione al diktat non può essere giudicata come scarsa personalità, ma solo effetto della legge attuale.
Per questa legge l'assessore è un nominato da qualcuno e pertanto solo a lui deve rispondere, e non all'elettorato. Le storture del sistema nei momenti di crisi come questo sono evidenti e queste situazioni quasi imbarazzanti. Da domani l'assessore continuerà ad esercitare le sue funzioni tranne la principale: deliberare in giunta. Inutile precisare che senza l'indirizzo deliberativo della giunta l'attività è ferma, ma ai politici non importa. Per loro queste sono le attività indispensabili da svolgere, anche se inutili in un ente inutile che necessaramente dovrebbe essere abolito.







